All’illustris[si]ma ed eccellentis[sima] signora donna Marfisa da Este e Cibo, Maddalena Campiglia.
Niuna cosa istimo io, Eccellentissima Signora, più di una saggia elezione in amare e servire soggetto degno e meritevole. Quindi avviene ch’io ho me stessa in pregio assai più di quello che forse non si converebbe, scorgendo quanto drittamente giudicassi, quando alle comuni voci della gloriosa fama sua, volontariamente le divenni devotissima e parzialissima ammiratrice di quella, viè più ogni ora approvando più giudiziosa questa mia felice deliberazione. Et per certo, levatene le più alte prencipesse, e forse che tra quelle ancora più di una cede al gran merito di lei, niuna donna credo io si ritrovi in Italia, né forse fuori, di più stima, né di maggior valore dell’Eccellent[issima] V[ostra] Illustris[sima], il grido della cui singolare bellezza e prudenza, più che virile non che donnesco, venutomi più volte all’orecchie, e da veraci testimoni di nobilissimi spirti confirmato, e in particolare aggrandito, come vero e riverente servitor di lei, dal molto illustre signor conte Pietro Porto, cavaliero di tante qualità che gli han fatto sempre avere certo più del principe, che del gentiluomo privato, ond’ora sospira, e forse indarno, un simile figliuolo la Olimpica Accademia, il di cui maraviglioso teatro in gran parte con buona somma delle proprie sostanze di questo liberalissimo cavaliero fu erretto, e tante volte dapoi onorato con nobili operazioni sue, che egli ne riserba ancora alto vestigio del pregio de’ meriti suoi. Le cui relazioni particolari, dico, me le han resa affezionatissima, in modo che dall’ora in poi ho sempre atteso con gran desiderio accomodata occasione per iscoprirmele per tale, quale me le era dedicata, avendo designato di farlo con mandarle in mia vece alcuno di miei parti, che per ancora tengo imperfetti fra le mani, non avendo dalla fortuna, nimica capitale della virtù, potuto da certi anni in qua impetrar tempo queto e sereno, quale ricercano le Muse, per poter trarre alcuno di essi a fine. Ond’ora, temendo che ’l desiderio lungo, breve tempo di vita non interrompa, con l’occasione presente che intenderà, non ho voluto tardare più oltre a scoprirmele per amiratrice delle sue rare ed infinite doti e qualità. Io, Eccellentissima Signora, e me ne pregio, vivo da buon tempo in qua osservatrice riverente della virtù singolare dell’Illustrissimo Signor Curzio Gonzaga, cavagliero, per ver dire, in ogni professione di vera nobiltà, tra famosi famosissimo a’ tempi nostri. E ragionando già come soglio, con infinito diletto mio, dei gran preggi di questo divino spirito, con persona di molto intendimento, e discorrendo intorno la somma perfetta de’ suoi scritti, omai amirati, com’è notissimo, da tutti i più valentuomini del mondo, mi fu da questo gentiluomo affermato che tra le sue opere più compite e rare avea egli una comedia compitissima e in tutta perfezione. Ond’io, ch’aveva nelle mani non pur il suo maraviglioso poema (la cui lettura confesso che nella poesia m’ha dato più lume e gusto di quello che m’avessero tutti gli altri poeti insieme, e con esso seco le stupendissime rime liriche sue, ambedue ricorrette di sua propria mano), ma ancora alcuni libri dell’Eneide di Vergilio felicissimamente e fidelissimamente da lui tradutti (il che non si vede aver per aventura fatto più perfettamente veruno dei tanti altri, che infin’ora v’abbiano poste le mani), e di più un’orazione in lode della lingua volgare fuor di modo ammirabile, fatta e recitata da lui nella gloriosa Accademia Vaticana, già erretta dal gran cardinale Boromeo di riveritissima e santa memoria, non poco mi maravigliai di non esser stata fin’all’ora favorita da lui, di poter vedere questo suo così degno parto. E non solo gliene dimandai con lettere la cagione, ma la comedia istessa, con infinito desiderio di vederla e ammirarla insieme; e non solo l’ottenni per poterla leggere a mia voglia da questo cortese e gentil Signore, ma me ne fece un libero dono, ond’io, trovatala leggendola nella maggior perfezione che più esser possa componimento di simil sorte, me ne godei infinitamente, rallegrandomi con l’età nostra, che gode dei tanti pregi di questo pellegrino e divinissimo ingegno. E perché aveva inteso che poco dianzi gli era stata involata, con molto suo dispiacere, la miglior copia di essa, ond’era stato necessitato a rinvenirla da quei primi squarci che per aventura si ritrovava ancora appresso di sé, e ne’ quali s’era rimasa come sepolta, pensai fino all’ora, sì per non lasciarla più in tal pericolo, sì per poter con questa occasione tanto onorata effettuar il mio novello desiderio, far quello ch’or m’è avenuto di poter fare; perché sentendo io ch’era per stamparsi in Venezia, e ch’egli con una sua dedicatoria in essa ne avea fatto a me particolare e publico dono, subito ordinai che fosse stampata secondo il disegno e desiderio mio, godendo di privar me medesima di quell’onore che m’avrebbe senza dubbio recato opera così singolare. E perché buona parte del verno passato io lo dispensai in Venezia, ove esso sta ancora per stanza quasi tutto ’l tempo dell’anno, e nei spessi ragionamenti avuti con questo Signore, avendolo scoperto non meno di me divotissimo ammiratore del gran merito dell’Eccellenza Vostra Illustrissima, son certissima di dover farne anche a esso cosa gratissima. Però, non sapendo come meglio di presente, né più onoratamente poter porre ad effetto questo mio sommo desiderio, deliberai di essa comedia farne liberamente un largo dono all’Eccellenza Vostra Illustrissima, con dedicargliela come faccio, imaginando che sia per lietamente accettarla, e sommamente gradirla, per esser stata sempre questa spezie di poesia della comedia vera, una delle più stimate e degne composizioni che formar si possano, sì per lo diletto grande che se ne tragge, come anche per l’utile maggiore che se ne riceve, rappresentandosi ella veramente, qual è notissimo, lo specchio della vita umana, con insegnarci particolarmente oltra mill’altri documenti a schiffare le ree e mal costumate persone, e a ben guardarci dalli inganni e fallacie loro, quando però viene dalle mani di persona giudiziosa e intendente dell’arte, e fatta coi debiti modi e con le leggi convenienti ad essa, qual si potrà conoscer pienamente in questa. Che per certo tengo io, che, qual mi disse un gran letterato, sarà chiamata per la bellezza e eccellenza sua la regina delle comedie del nostro secolo, e maggiormente portando in fronte il nome e la corona delle rare qualitadi e virtudi dell’Eccellenza Vostra Illustrissima. Accetti adunque ella con la solita benignità lietamente questo dono, derivato da nobilissimo luogo, e con nobili pensieri portoli, e sopra tutto gradisca la devozione dell’animo mio, tenendomi per l’avenire per sua parzialissima e devotissima, quale me le offero e dono per sempre; che forse non tardarò molto a scoprire al mondo ancora coi miei propri scritti quale forza s’abbiano i suoi pregi singulari, per renderle devoti tutti i cuori in universale.