Luigi Groto cieco di Adria alla Ill[ustrissima] Sig[nora] Cavaliera, la signora Alessandra Volta.
Io, che per giacer nello stato in cui sanza mai rilevarmene mi gettarono da prima la natura e la fortuna congiurate a miei danni, quella con lo spogliarmi della luce e questa col privarmi d’ogni ricchezza, non posso trovare, anzi non debbo ricercar moglie. E tuttavia portai sempre legato al cuore un desiderio gravissimo di ottener figliuoli, in cui par che si rinovi la memoria dell’attempato padre, e che egli ringiovenito viva dopo la morte. Mi sono andato con ogni studio ingegnando di scovrire a me medesimo un’arte ond’io potessi impetrarne sanza sposa e sanza spesa. Il che mi è succeduto a punto a misura del mio desiderio, percioche io solo sanza donne (non perché elle non piacciano summamente a me, ma perché io per lo mio infelicissimo stato summamente dispiaccio loro) col natural seme, e con la spirital fecondità di quello intelletto che al padre delle stelle è piaciuto infondermi. Son venuto e vengo tuttavolta ogn’or per me stesso concependo e producendo figli e figliuole con maggior privilegio che non han gli altri padri. Poiché i figli miei (pur che io conosca i difetti loro) posso correggere e castigare, formare e riformare a mio senno. Quasi adunque in su le porte della mia fanciullezza produssi una figlia a cui, in memoria di chi non tenne mai memoria di me, posi nome Dalida. Questa tra per lo nome che portava e per la primogenitura che possedeva, mi era oltra ogni creder cara. Io stesso la generai, io medesimo la partorii, ed io proprio la mi allevai in tal modo che non volli, anzi non potei mandarla ornata di gemme, di perle, d’oro, d’ariento, d’ostro o di seta, habiti dicevoli alle Rosimonde, alle Canaci, ed alle Didoni, ma, come sosteneva il mio grado, cercai ricovrirla d’un semplicissimo drappo di lino. Mai non le diedi libertà di porgere il guardo fuori della finestra, o di trarre il passo suo della porta, di mettersi bionda sopra le chiome o liscio sovra la faccia. Ma ritenendola sempre in camera meco, ed ordinandole che ogni artificio schifando, se ne stesse contenta del suo nativo colore. A pena le concedeva licenza di lavarsi il viso con l’acqua pura, pur mo recata dal fiume. E perché io come tenero padre amava la sua fattura, e come giusto giudice conosceva la sua bruttezza, non permisi mai che si specchiasse in specchio di rigoroso giudicio, disegnando dilettare me solo nelle sue delizie e per mio trastullo confinarla per sempre in casa. Tra tanto ella giunse ad un’età da marito. Ed io che non mi sentiva polso per maritarla, e attendeva a far vezzi all’altre fanciulle sorelle sue che di mano in mano venian crescendo, come la Ginevra, la Adriana, la Isabella e la Calisto, obbliai l’amor già si vivo della Dalida, e la lasciai per pizzocchera rimessa. Ma ora essendo violentato da una forza impensata ed irreparabile a lasciarla uscire, fattalami venire innanzi le dissi : «Dalida, poiche pur debbo farti da me lontana, io non saprei elegger luogo nè a te più sicuro, nè a me più grato che metterti per donzella e per servitrice d’una cavaliera illustrissima, specchio dell’onestà vedovile, lampa della gloria femminile, aura della creanza gentile, giardino dei costumi reali, gemma non pur della famiglia donde uscì, o di quella dove entrò, ma di Bologna sua patria, anzi di Italia, anzi di Europa tutta, ed in cui in somma giostrano con singolarissime prove tutte le bellezze dell’animo e del corpo, a cui servendo tu sarai invidiata dalle più alte principesse del mondo, da cui essendo tu accolta diverrai tanto ricca e bella quanto ora povera e brutta sei. Se tu fossi già stata più nobile io le ti avrai mandato più tosto, e s’ora più nobil fossi più volentieri le ti manderai. S’ella si meraviglierà dell’andata tua, dille che mente mia era che tu sempre ti sedessi nelle stanze paterne. Ma che ora dovendoti mandar fuori, nè posso, nè so, nè voglio, nè debbo mandarti altrove, che a Sua Sig[nora] Illustriss[ima] non perché la tua servitù e la mia dedicazione apporti onore o pro a lei, ma perché l’ombra di lei faccia schermo e arrecchi dignitade a te e a me insieme. Nè ti atteriscano cotesti diffetti tuoi. Che nel benignissimo spirito non mirerà al tuo picciol merito, ma alla sua somma benignità come anco mirò nel ricever la corona che di dodici fiori contesta io già le posi sovra le biondissime treccie». La Dalida avendo compreso la proposta di colui che le è padre, e il nome di colei che le deve esser padrona, con suprema allegrezza me ne baciò le mani, e supplicommi ad accelerar questa sua partita. Io dunque la mando, ed ella ne viene, e V[ostra] S[ignoria] Illust[rissima] si degni scendere a ricever per serva la figlia con quelle serene accoglienze, con cui ricevè per servo anco il padre, e tenerla in mio luogo mentre anch’io vengo costà a visitar la mia Illustrissima Signora, a la mia carissima prole. La quale è ben si onestamente creata, che potrà conversare ancor con la illustre signora Orsina sua dignissima figlia, a cui vo apparecchiando un forse più nobile dono, quando io conosca questo non essere spiaciuto a V[ostra] S[ignora] Illustrissima, e a lei, alle quali giuntamente bacio con la bocca dell’umiltà le mani, pregando nostro Signore che quante sventure hanno a piover mai sovra la casa Volta, o Grota, si rinchiudan tutte in questa tragedia, lo quale io consacro col cor divoto, e con la man riverente alla divinissma signora Alessandra Volta. E si come il cavaliere Gerosolomitano non isprezzò la gentilissima Gismonda, nè l’eccellentissimo duca di Ferrara la Orbecche modello dell’altre, nè il cattolico rè di Spagna la nobilissima Medea, nè il Vescovo di Terracina la vaghissima Cleopatra, nè il santissimo papa Leon decimo la Sofonisba, reina di cotai matrone, così V[ostra] S[ignoria] Illus[trissima] non isprezzi la mia Dalida, la quale, ancorché si rimanga tanto di sotto all’altre quanto io resto da i lor genitor lontano, porta pur seco questo nome heroico di tragedia, e questo argomento della mia affezione, che, potendo, offrirebbe cosa maggiore,
Di Adria, alli 29 di Febbraio 1572.