La Verità, prologo.
Non dal profondo abisso
De le cose terrene,
O dal segreto sen de la natura,
Dove già senza lume
Mi cercaron tra l’ombre
Gli antichi saggi inutilmente saggi,
Ma da quell’alto abisso
Delle cose celesti
E dal sen di colui che tutto muove,
Spiriti pellegrini, a voi ne vengo,
Sotto forma mortal, forma immortale.
La Verità son io,
Non figliuola del Tempo,
Come credon gli sciocchi,
Ma di quel gran Motor che ’l Tempo regge:
Bella, come vedete,
Ond’altri crede forse
Ch’io sia l’amor del senso, ed io pur sono
L’amor dell’intelletto;
E però qui non venni
Per dilettarvi sol gli occhi o l’orecchie,
Ma perché lusingando
Di fuor gli occhi e l’orecchie
Il suo vero diletto a l’alma i’ porga,
E vi faccia sentir quanto è più caro
E più soave quel piacer interno
Che ne l’oggetto suo gode la mente,
Che non è quell’esterno
Che nell’amata sua gode l’amante.
Qui non vedrete voi gli scherzi e l’arti
O di Davo, o di Siro,
O i vanti di Trasone, o i finti vezzi
Di scaltra meretrice,
O di credulo amante i chiecchi errori,
Insipidi diletti
D’alma che ’l vero ben conosce e cole;
Ma del senso rubelle,
Del mondo traditor, del rio peccato
Imparerete di fuggir gli inganni.
Né d’accidenti tragici e funesti
Vedrete orridi aspetti:
Non di Micene le nefande mense,
O del tebano Edipo
Gli occhi sanguigni e le mortali colpe,
O di quella mal nata e peggio estinta
Sua prole il miserabile duello,
Spettacoli inumani
A chi per carità s’unisce in Dio;
Ma la gloria vedrete
Di magnanimo eroe, che ’l rio peccato
Vinto, e ’l senso rubelle,
E ’l mondo traditor, s’erge a le stelle:
Cara vista, e spettacolo ben degno
D’anima cristiana,
E come tale a voi sen viene, a voi
Si dona, a voi s’inchina
O non men d’opre Cristiana e d’alma,
Che di nome e di grido;
Serenissima donna,
Di quel gran seme nata
Che si può dir d’imperadori e regi
Seminario fecondo,
Ond’uscì quel gran Carlo
A la cui fama ancor treman gli Sciti,
Tremano ancora i Mori,
Onde ’l nome latino, onde ’l Romano
Impero, onde la sede
Del vicario di Cristo, onde la Croce,
Onde il gran nome di Gesù s’essalta:
Quel sempre glorioso e sempre invitto
E da Dio coronato e sacro Augusto,
Che sovra tutti i magni
Magno di titol fu, massimo d’opre;
O alto, e raro, e singolar esempio
Di providenza eterna,
Grande vi fè Natura,
Perché dal seme la grandezza avete,
E grande vi fè Dio,
Perché ’n voi tutte le virtuti infuse;
Era ben degno ancora
Che grande il mondo vi facesse, e ’n grande
Stato vi collocasse,
E che foste di grandi e sposa, e madre,
Né già render poteva
Il suo gran Cosmo al mondo
Altra che voi, che siete
E di sangue, e di titolo, e di merto,
E gran donna, e grand’alma, e gran duchessa.
Ma fra tante grandezze,
Cosa maggior de la virtute in voi,
Né fra tante virtù, virtù maggiore
De la benignità vostra non veggio;
Dunque non isdegnate
Picciol dono, gran donna,
Che se indegna è di voi
L’opra del donator, degno è il soggetto,
E se picciolo è ’l don, grande è l’affetto.
Alla Serenissima Madama Cristiana, principessa di Loreno, et Gran Duchessa di Toscana.